Il Paradiso delle Signore, Intervista esclusiva a Simone Montedoro: A Maggio torno sul set

Volto familiare e molto amato della fiction italiana, Simone Montedoro ha costruito nel tempo un percorso artistico solido e coerente, capace di attraversare televisione, cinema e teatro senza mai perdere credibilità. Dalla lunga esperienza in serie amatissime dal pubblico ai ruoli più introspettivi, il suo lavoro racconta un’idea di recitazione misurata, attenta ai personaggi e al pubblico. Un cammino professionale fatto di continuità e nuove sfide che testimonia un’idea di recitazione fondata sull’ascolto e sulla misura.

Prima di tutto: come stai?

“Beh, abbastanza bene. Pieno di lavoro, quindi quando si lavora si sta bene. Diciamo che c’è una sana stanchezza. Sono in tournée in questo momento con uno spettacolo che avevamo presentato a Roma al Golden con Tosca D’Aquino, Toni Fornari ed Elisabetta Mirra, scritto da Toni Augusto Fornari, Lucio Cicinopoli e Andrea Mai. Sta avendo per ora un grande successo. In questo periodo siamo a Napoli da due settimane al Teatro Diana e devo dire che il pubblico napoletano è, diciamo, il più esigente, simpaticamente parlando, perché c’è una cultura teatrale pazzesca. Noi abbiamo come nostro capitano Tosca D’Aquino, che è napoletana, e anche Elisabetta Mirra, e sta andando molto molto bene. Il teatro è sempre pieno e anche le critiche sono a nostro favore, quindi sono molto contento.

Poi andremo in Puglia, poi in Toscana, poi ritorniamo al Nord e poi saremo a Roma, due settimane al Salone Margherita a maggio.”

Sei entrato di recente nel cast de Il Paradiso delle Signore dove interpreti Fulvio Rinaldi, un magazziniere con un passato da imprenditore. Cosa ti ha colpito maggiormente di questo progetto?

“Guarda, io ho lavorato un po’ in televisione, un po’ di cinema l’ho fatto, un po’ di teatro, però Il Paradiso delle Signore è una cosa un po’ a sé. È un progetto interessantissimo, secondo me è un miracolo italiano, perché racconta un’epoca a cui tanta gente è affezionata e che ha vissuto anche. Il pubblico di una certa età rivive un po’ quella che è stata la loro infanzia, la loro giovinezza, i loro primi amori, e i giovani invece magari possono vedere com’erano all’epoca i rapporti umani, anche come ci si vestiva.

È una buona occasione per affrontare un periodo storico importante, perché siamo partiti dalla fine degli anni Cinquanta e ora siamo arrivati al ’67, quindi gli anni Sessanta, un periodo molto importante di cambiamento. È interessante vedere l’evoluzione dei personaggi anche quotidiana, perché le storie corrispondono giorno per giorno. È un lavoro molto faticoso ma è una macchina che funziona benissimo. È super organizzato e faccio i complimenti alla produzione e a tutti i reparti che sono fondamentali. C’è un lavoro enorme dietro e ci mettono davvero l’anima. Per un attore è un’ottima scuola.”

Come hai costruito il tuo personaggio e quali aspetti hai sentito più vicini alla tua sensibilità personale?

“Il personaggio è stato costruito insieme a Francesco Pavolini, che è il direttore creativo e regista che coordina la creazione delle storie e dei personaggi del Paradiso. Bisogna immergersi in un’altra epoca perché stiamo parlando di anni fa. Fulvio Rinaldi è un cinquantenne, ha fatto la guerra, ha una mentalità conservatrice, è cattolico e quindi a volte le reazioni che ha sono lontane da quelle di Simone che vive nel mondo di oggi. Molti mi dicono che è un personaggio bigotto o serioso ma è il personaggio che deve essere così. Devi rispettare la mentalità dell’epoca, anche nel modo di parlare e di muoverti. Quando indossi quegli abiti una grossa percentuale del personaggio arriva subito.

Ho lavorato molto sull’epoca e sulla storia di Fulvio: un imprenditore che perde tutto, perde la moglie, si trasferisce a Milano con la figlia Caterina e ricomincia da zero come magazziniere.”

Il pubblico ti identifica ancora con il Capitano (oggi Colonello) Tommasi in Don Matteo. Che rapporto hai oggi con quel ruolo e con un successo così grande e duraturo?

“Il Capitano Tommasi mi ha dato tanto. Ho avuto l’opportunità, sudando e facendo tanti provini, di diventare il Capitano di Don Matteo. È stata una scuola eccezionale. Ho lavorato con grandi attori e con un cast incredibile. Il fatto che ancora oggi la gente si ricordi del Capitano mi fa solo piacere, perché è testimonianza di un buon lavoro e di una buona sintonia.

Questo mestiere è fatto di amori che durano anni o mesi e di ogni esperienza rimane sempre un pezzetto dentro di te. Quando la gente mi ferma e mi dice “quando c’eri tu a Don Matteo”, per me è solo una grande gratificazione. Tornerei volentieri a farlo.”

Credi che l’esperienza in Don Matteo abbia influenzato il modo in cui affronti oggi personaggi più maturi e complessi?

“No, assolutamente. Io credo che ogni personaggio faccia parte della propria storia. Sicuramente ha arricchito il bagaglio culturale dell’attore, perché ogni esperienza è stata un’ottima scuola. Ho fatto cinque edizioni e la tensione iniziale si è trasformata in una forma creativa più sciolta e lineare. Con Nino Frassica molte cose erano improvvisate, quindi è stata una grande palestra.”

A Capodanno tutti da me interpreti il Cardinale Mancini.

Che tipo di lavoro ha richiesto la costruzione del tuo personaggio per trovare il giusto equilibrio tra leggerezza, emozione e realismo?

“È un film diretto da Andrea Maia e Donato Carrisi, con cui ho lavorato tanto in teatro. Mi sono ispirato a una persona reale per quanto riguarda la fede, un uomo di chiesa che conosco da tanto tempo. Il personaggio aveva una forte componente ironica e c’è stata una grande libertà di proporre atteggiamenti e soluzioni, grazie alla collaborazione maturata negli anni.”

In Io sono la fine del mondo, commedia di Gennaro Nunziante, interpreti uno psicologo. Questo ruolo ha cambiato, anche, magari solo in parte, il tuo modo di osservare le persone?

“È stata una grande gioia ricevere la chiamata di Gennaro Nunziante.

La psicologia è una materia che mi ha sempre interessato. Ho lavorato molto sull’osservazione e sull’ascolto, perché secondo me un buon psicologo osserva e ascolta molto. Non mi ha cambiato la vita, ma credo che ascolto e osservazione siano fondamentali sia per un attore sia nella vita quotidiana.”

Prova a prendermi ha segnato il tuo debutto assoluto in un musical teatrale. Il musical richiede recitazione, canto e presenza fisica: quale aspetto ti ha messo più alla prova e che tipo di preparazione ha richiesto affrontare uno spettacolo così strutturato e impegnativo

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“È stata una grandissima sfida perché non avevo mai fatto un musical e non sono un cantante. Il musical è uno dei generi più difficili perché devi cantare, recitare, muoverti e avere un ascolto costante sul palco.

Avevamo l’orchestra dal vivo, quindi il timing era fondamentale. È stata un’esperienza fantastica ma molto faticosa. La cosa che temevo di più era il canto, ma grazie ai coach e alla passione di tutte le persone coinvolte sono riuscito ad andare avanti.”

Alla luce della tua splendida carriera e dell’esperienza che hai oggi, che consiglio ti sentiresti di dare al giovane Simone agli inizi

“Di essere meno pigro, di fare più esperienze possibili e di studiare di più. È importante saper fare tante cose anche pratiche, perché possono tornare utili nei ruoli. Il consiglio è la perseveranza: non mollare mai, prepararsi tanto, studiare e fare teatro ovunque sia possibile.”

Dopo aver visto una tua interpretazione, cosa speri resti allo spettatore quando si spengono le luci?

“Spero che abbiano seguito la storia e capito il messaggio. Quando una persona mi dice che ha riso, pianto o si è riconosciuta in qualcosa, per me quelli sono i veri premi, sono gli Oscar del nostro lavoro.”

Quali sono i tuoi progetti futuri?

“Continua la tournée teatrale, che è impegnativa e richiede sacrifici anche a livello familiare. A fine maggio riprenderanno le riprese de Il Paradiso delle Signore e non vedo l’ora di tornare su quel set, che è davvero un paradiso umano e professionale. Poi ci sarà la ripresa della seconda parte dello spettacolo teatrale.”